Quando i sogni si spezzano

Chissà cosa pensava ieri pomeriggio Salvatore, il giovane rugbista under 16, pochi istanti prima che il pulmino su cui viaggiava si schiantasse contro un albero e la sua giovane vita fosse spezzata per sempre.
Da ieri mi girano nella testa due domande: quali saranno stati i pensieri di un ragazzo di 15 anni mentre viaggia con i compagni di squadra dopo aver giocato un torneo di rugby? Di chi è la colpa di questa tragedia infinita?

Ne ho accompagnati tanti di questi ragazzi nelle loro trasferte, ho sentito le loro risate, ho visto i loro scherzi, ho assistito ai loro pianti, ma ancora oggi non so cosa realmente pensino andando e tornando da campi di gioco lontani da casa a volte ore e ore di macchina, o magari più vicini ma altrettanto estranei a loro.
Forse Salvatore pensava alla partita appena giocata sulla neve, oppure ai compiti da fare appena arrivato a casa per avere la domenica libera e poter uscir con gli amici, oppure a cosa la mamma gli avrebbe fatto trovare per cena. Ma qualunque fossero questi pensieri, erano i pensieri di una persona che stava progettando il suo futuro, che avrebbe dovuto avere avere tanti anni davanti a sé per realizzare i suoi sogni.
E invece questi sogni si sono spezzati ieri alle 5 di un freddo pomeriggio invernale sulla strada statale 17. E ho pensato alle grandi responsabilità che abbiamo noi adulti nei confronti dei "nostri" ragazzi. Non posso accettare l'idea che ieri Salvatore sia morto "per fatalità". Un incidente stradale non è una "fatalità", ma la conseguenza di comportamenti che, sovrapposti gli uni agli altri, portano alla tragedia. E sempre questi comportamenti sono opera di noi adulti, di noi grandi, che accecati dai nostri pensieri, dalle nostre preoccupazioni, dalle nostre limitazioni, non riusciamo ad ascoltare i pensieri dei ragazzi che ci vivono a fianco.
Oggi non bastano i messaggi di cordoglio, le parole di partecipazione al lutto della famiglia di Salvatore. Interroghiamoci, noi che ogni giorno viviamo al fianco di questi ragazzi che amano giocare e divertirsi con lo sport, se abbiamo davvero fatto tutto per la loro sicurezza in campo e fuori. Facciamo che la morte di Salvatore non rimanga un'altra croce bianca nella memoria del rugby ma sia l'occasione, pur tragica, per una riflessione comune e collettiva su come il nostro mondo aiuta e protegge i ragazzi che riceve dalle famiglie.

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